





bricolo falsarella associati
Oliosi, Castelnuovo del Garda (VR)
Fotografie
Pietro Savorelli
Corte Renèe
Forse un’architettura è solo un’architettura e non ha nulla da dire perché non ha la parola.
Ma forse l’architettura dice non dicendo, parla con il linguaggio degli spazi, delle ombre e dei silenzi, della materia.
Perché tutte queste ombre, questi materiali, queste costruzioni in fondo dicono delle cose.
E magari queste cose che vengono dette dall’architettura sono anche una presa di posizione su quello che accade nel mondo, su questo fatto del vivere sulla terra, su dove sta andando questa cosa strana che è l’umanità, su questi momenti veloci, distratti. Momenti sottili e senza sosta come le immagini e le informazioni che ogni giorno ed in ogni momento riceviamo sui piccoli rettangoli neri che ci portiamo addosso.
Cosa dice Corte Renèe? Cosa dice il suo “non dire”?
Forse dice che si può rallentare. Che questa corsa veloce e frenetica delle donne, degli uomini e dei bambini si può anche sospendere per un attimo, un momento. Che non succede niente se si respira. Che ci si può fermare per guardare un paesaggio, per ascoltare silenzi. Che in questi sguardi ed ascolti profondi si possono trovare le radici di un vivere consapevole, magari anche alternativo.
Perché no?
Forse, Corte Renèe dice anche che in Italia c’è un patrimonio enorme di luoghi così, di corti rurali inutilizzate ed in attesa. Magari dice anche qualcosa su cosa sono e su cosa potrebbero essere questi luoghi rurali. Dice che sono spazi intrisi di una cultura materiale profonda fatta di imperfezioni e poesia e che queste cose delicate, fragili e sfuggevoli potrebbero essere conservate e rimesse in vita per parlarci, per riattivare dialoghi con la terra e con i luoghi, con quel tempo magico che c’era una volta quando l’architettura era fatta di terra, quando l’architettura era il luogo e non un’aggiunta.
Forse, Corte Renèe dice anche che lavorando in questi spazi fatti di pietre secolari e di geologie rotolate fino a noi, la rigenerazione può essere qualcosa in più. Può essere non solo un recuperare metri quadri per evitare il consumo del suolo. Può diventare quasi uno scivolare verso una “rigenerazione umana”, dentro una riscoperta delle radici profonde e delle memorie vive. Perché un discorso è riutilizzare spazi abbandonati, un altro è farlo senza coprire nulla, lasciando tutto così com’è, come ci è arrivato, così com’era stato pensato dalle mani sagge di chi compiva solo gli atti necessari.
Dice che si può recuperare senza cappotti, senza nuovi colori chimici e che lo si può fare, soprattutto, senza correggere le imperfezioni. Perché ciò che c’è veramente da correggere oggi è questa paura della imperfezione, questo odio del tempo, questa tecnologia che ancora si attarda in quella vecchia idea novecentesca del pulire, dell’anestetizzare la profondità, in quell’idea stupida che pensa che il contemporaneo debba per forza essere il lucido o lo sterile.
Magari, Corte Renèe dice anche qualcosa sul tempo. Dice che questo imperfetto materiale può anche essere un declinare l’architettura in un imperfetto temporale, in un tempo in cui le cose si stanno sempre svolgendo. Una cronologia sospesa, non definita, senza fine. Una cronologia diversa che poi coincide con il tempo umano del sogno, delle architetture che parlano non dicendo, lasciando intuire le radici dei sensi.